Breve storia della Fotografia – Capitolo 2 – La nascita

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Eccomi qui per il secondo capitolo di questo nostro breve viaggio nella storia della fotografia. Ci eravamo lasciati nel capitolo precedente vedendo come, dopo aver sviluppato e perfezionato la camera oscura, non si era tuttavia ancora in grado di fissare su un supporto l’immagine proiettata attraverso il foro della camera oscura. Iniziano pertanto gli studi per trovare un composto chimico in grado di farlo. E questo divenne lo scopo ultimo, quasi l’ossessione, di molti studiosi.

La fotografia nasce ufficialmente il 7 gennaio 1839, quando lo studioso François Arago espone all’Accademia di Francia l’invenzione di tale Louis Daguerre, la dagherrotipia. Si, la fotografia nasce col termine dagherrotipia, il termine “fotografia” sarà invece coniato successivamente da John William Herschel.

Ma oltre a Louis Daguerre la fotografia ha almeno altri due padri: Joseph Niépce e William Talbot. Come abbiamo detto infatti la fotografia viene ufficializzata nel 1839, ma la prima fotografia che si conosce è datata 1826 e fu realizzata dall’appena citato Joseph Niépce

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è l’immagine di un paesaggio fuori dal suo studio a Le Gras che impressionò una lastra di peltro sensibilizzata con bitume di Giudea, dopo un’esposizione di oltre otto ore. Niépce chiamò questi primi esemplari eliografie.

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Nel 1839 invece, dopo aver realizzato un anno prima il dagherrotipo “L’Atelier dell’artista”, il già citato Louis Daguerre fotografa il Boulevard du Temple, la prima immagine con una figura umana: un gentiluomo fermo dal lustrascarpe (forse complice di Daguerre o addirittura Daguerre stesso considerando gli oltre 20 minuti necessari all’esposizione? affascinante pensarlo). Si passa così dall’eliografia al più pratico dagherrotipo.

UNA SCOPERTA CASUALE

Daguerre aveva conosciuto Niepce e i due erano diventati soci. Daguerre, dopo la morte di Nipse, un giorno dimentica un cucchiaio su una lastra preparata con dello ioduro d’argento. Dopo un po’ nota che sulla lastra è rimasto impresso il disegno del cucchiaio e scopre, così per caso, la sensibilità dello ioduro d’argento alla luce.

Non contenta la fortuna decide di sorridere ancora a Daguerre. Un giorno infatti mentre sta provando a scattare una foto, siccome il tempo non era dei migliori rinuncia, toglie le lastre e le sistema in un armadio. Quando poi dopo qualche giorno le va a prendere si accorge che dopo una esposizione di soli quindici minuti queste hanno impressionato immagini limpide e già sviluppate.

Daguerre capisce che dentro l’armadio, dove conservava diverse miscele chimiche, deve trovarsi la spiegazione di quel miracoloso effetto. Inizia allora a provare tutte le soluzioni che conserva dentro quell’armadio, scoprendo che la causa di tutto è un recipiente di mercurio, dal quale si sviluppavano vapori con la proprietà di svelare e fissare definitivamente l’immagine.

Daguerre aveva per cui scoperto che sulla lastra di rame argentato, con un breve tempo di esposizione, si determinava un’immagine latente che poteva essere tirata fuori con vapori di mercurio liberati da cristalli di iodio.

E pochissimo tempo dopo il già citato annuncio della nascita ufficiale della fotografia (7 gennaio 1839) Daguerre inizia subito a vendere i primi apparecchi fotografici. Di certo non era uno sprovveduto. È l’alba del mercato fotografico.

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La fotocamera per la dagherrotipia era formata da due scatole di legno che scorrevano una dentro l’altra per consentire la messa a fuoco, una fessura per la lastra di rame sul retro e davanti un obiettivo fisso, in vetro e ottone. Inizialmente la luminosità dell’ottica era compresa tra f/11 e f/16 e le dimensioni dell’apparecchio erano 50 cm di lunghezza per 31 cm di altezza per 37 cm di larghezza.

Il dagherrotipo tuttavia era esemplare unico, prodotto direttamente su lastra e quindi non riproducibile e mostrava inoltre l’immagine invertita. La stessa immagine appariva poi sia in negativo che in positivo a seconda di come si inclinava la lastra mentre la si guardava.

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I PRIMI SOGGETTI

Va detto però che rispetto alle eliografie di Nipse con il dagherrotipo i tempi di esposizione erano stati indubbiamente accorciati, ma serviva comunque un soggetto immobile da fotografare, ecco perché l’architettura divenne il soggetto ideale. Col tempo poi si iniziarono a fotografare anche i siti archeologici e il paesaggio autonomo dall’architettura.

DIFFUSIONE

A diffondere la pratica del dagherrotipo in lungo e in largo furono anche e soprattutto alcuni modesti pittori passati alla più facile fotografia o dagherrotipisti ambulanti che giravano di piazza in piazza durante le sagre mostrando questa invenzione sbalorditiva. I fotografi itineranti furono anche i primi ad accogliere la tecnica al collodio, della quale parleremo più avanti.

LA CALOTIPIA

Prima però avevo citato anche tale William Talbot. A lui si deve l’invenzione del negativo tramite la calotipia, processo col quale si poteva ottenere un’immagine positiva da una negativa, così da poter riprodurre più copie di un’immagine usando il negativo, ponendo così le basi della fotografia analogica come la conosciamo noi. Con la carta ai sali d’argento di Talbot l’immagine si impressionava in negativo. Bastava però fotografare una seconda volta il negativo per invertire l’immagine e ottenerla così in positivo.

Perciò è chiaro come la nascita della fotografia non si debba a una sola persona bensì a diverse menti geniali. Io spero di non averti annoiato, non mi resta altro che darti appuntamento ai prossimi articoli e ti ricordo che puoi trovarmi sia su Facebook che su Youtube!

Concludo citando una frase di Marco Rovere:

“Il fatto che siano tanti gli uomini ad aver contribuito alla sua creazione fa della fotografia una figlia della cultura mondiale”.

Se ti interessa il cinema trovi anche una sua breve storia QUI

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Bibliografia

L’occhio della fotografia – Italo Zannier

Fotografia. La storia completa –  J. Hacking

Viaggio nella storia della fotografia – Marco Rovere

5 pensieri su “Breve storia della Fotografia – Capitolo 2 – La nascita

    1. Il procedimento del dagherrotipo che avevo letto dice questo:
      “Immagine fotochimica unica su lastra di rame o positivo diretto con destra e sinistra invertite rispetto al soggetto. Louis Jacques Mandé Daguerre nel 1839 aveva scoperto l’immagine latente sulle lastre di rame argentato (cm 16×21), che si rivelava ai vapori di mercurio. Per ottenere un dagherrotipo il procedimento era in linea generale come segue: (1) Pulitura e lucidatura di una lastra di rame argentata; (2) Sensibilizzazione della lastra per mezzo dei vapori di iodio: questa operazione si effettuava all’interno di un’apposita scatola e serviva a formare un sottile strato di ioduro d’argento sulla superficie della lastra stessa; (3) Sviluppo mediante vapori di mercurio riscaldato i quali, depositandosi sulle parti impressionate dalla luce, le rendevano chiare in campo scuro; (4) Fissaggio con iposolfito di sodio. Le lastre usate erano di misure standardizzate: cm. 21.5×16.5; 10.5×8; 7×5.5; 16×12; 8×7.”

      Nel libro che ho invece relativamente ai cristalli di iodio si dice questo https://s24.postimg.org/654n17l5x/P_20161210_110202.jpg

      Magari sono io ad aver interpretato male, non lo so non sono mai stato un gran esperto di chimica.

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      1. se rileggi bene la fonte che citi, dice che i vapori di iodio sono liberati dai cristalli di iodio (un solido volatile) e servono a creare lo ioduro di argento (il materiale fotosensibile). Dopo lo scatto, l’immagine latente veniva rivelata tramite vapori di mercurio che naturalmente sono liberati dal mercurio e non dallo iodio. Hai semplicemente mixato due procedure 😉
        Se ti interessa approfondire puoi leggere i miei post sulla scienza del dagherrotipo.
        In ogni caso non volevo essere polemico e ho apprezzato il tuo articolo..alla prossima 😉

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