Storia del cinema #5 – Impressionismo Francese

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Come abbiamo visto nel capitolo precedente alla fine della Grande Guerra la cinematografia francese è in difficoltà mentre il cinema di Hollywood domina il mercato. La produzione francese si concentra soprattutto sui film comici e fantastici, genere derivato dai vecchi film di Méliès.

L’esempio più interessante è quello di RENE’ CLAIR, PARIS QUI DORT del 1923, ambientato in una Parigi paralizzata da un misterioso raggio. Un vero e proprio repertorio di tecniche e procedimenti cinematografici (lo stallo e il movimento, il rallentato, l’accelerato, l’inversione). La maggior parte delle scene sono ambientate in esterni, sintomo di quanto gli studios francesi fossero ormai antiquati.

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PARIS QUI DORT

Tuttavia è proprio a causa di queste difficoltà che diversi registi esplorano il cinema come forma d’arte. Secondo molti infatti il cinema deve creare nello spettatore un’esperienza emotiva transitoria, un’impressione. Da qui si sviluppa l’impressionismo.

Il padre di questo movimento e LOUIS DELLUC. Il concetto fondamentale è quello della fotogenia, elaborato proprio da Delluc e JEAN EPSTEIN.

Con la fotogenia si vogliono esaltare le potenzialità del primo piano. Lo stimolo arriva da un film americano che ho già citato, I PREVARICATORI, di CECIL B DE MILLE del 1915, dove uno spietato collezionista arriva a marchiare col fuoco una donna che gli ha chiesto un prestito. Il volto dell’attore, impassibile, trasmette un forte senso di mistero.

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Il primo piano deve mostrare anche aspetti invisibili come il sentimento e il pensiero. Il regista non deve limitarsi a riprodurre la realtà quotidiana ma deve rivelarne aspetti più nascosti.

La ricerca degli impressionisti si concentra subito sugli elementi formali dell’immagine. Filtri, sovrimpressioni, dissolvenze, variazioni di fuoco, specchi deformanti etc.

Tra gli impressionisti il già citato Delluc è il più sobrio, utilizzando col contagocce tutte queste alterazioni dell’immagine di cui faranno invece largo uso i suoi contemporanei (FIEVRE – 1921). Per lui la fotogenia non viene creata dal cinema, ma solo rivelata.

L’impressionismo di MARCEL L’HERBIER ad esempio si esprime con numerose alterazioni dell’immagine, variazioni di luce ed effetti cromatici come ad esempio in EL DORADO (1921) o nel FU MATTIA PASCAL (1926).

Col tempo poi non si guarda solo agli aspetti fotografici dell’immagine ma anche al ritmo e alla struttura del montaggio, questo per merito soprattutto di JEAN EPSTEIN ad esempio in L’AUBERGE ROUGE e COEUR FIDELE entrambi del 1923.

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In COEUR FIDELE al minuto 17 il montaggio gioca sulla tensione della scena nell’osteria dove lavora Marie. Jean ha rivelato al genitore adottivo di lei la sua intenzione di sposarla suscitando l’ira di Petit Paul, il fidanzato di Marie.

Jean viene accerchiato e Epstein monta una serie di primi piani e dettagli: sguardi arcigni e pugni, inquadrature che si fanno sempre più brevi fino a comporsi di pochi fotogrammi, dopodiché vediamo Jean sconfitto allontanarsi.

ABEL GANCE è stato l’esponente più lontano del movimento. Nel suo diario definisce il cinema «alfabeto per gli occhi stanchi di pensare». Nelle sue pellicole egli non rinuncia a introdurre accorgimenti innovativi come il montaggio ispirato a quello di David Wark Griffith e l’uso dei primi piani.

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Abel Gance

Nel 1919 dirige LA DIXIEME SYMPHONIE, la prima importante opera del movimento impressionista.

La storia narra le vicende di un compositore che scrive una sinfonia emozionante. In un film muto Gance cerca di restituire le impressioni suscitate dalla musica attraverso l’immagine, ricorrendo a sovrimpressioni, dissolvenze e con un montaggio ritmico.

Tale ricerca ritmica sul montaggio prosegue in LA ROSA SULLE ROTAIE (1923), dove Gance monta una di seguito all’altra una serie di immagini di durata inferiore al secondo per esprimere la confusione interiore della sua protagonista, un lavoro simile a quello di Epstein in Cœur fidèle.

L’interesse di questa opera, amata anche da Akira Kurosawa, risiede anche nel trattamento poetico della vicenda, dove ritroviamo metafore quali quella della vita intesa come un’eterna ruota (la traduzione del titolo è appunto “la ruota”).

Il movimento si sviluppa così velocemente che ben presto i produttori non vorranno più finanziare opere simili. Più in generale va detto che i film impressionisti, amati dal pubblico di nicchia, non hanno mai incontrato il favore del mercato.

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