Storia del Cinema #13 – Hollywood e cinema Classico

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Con la Grande Crisi del ’29 le sale cinematografiche, alla ricerca di nuove entrate iniziarono a vendere caramelle, pop corn e bevande. Si inaugura anche la consuetudine dei doppi spettacoli: il secondo film era di solito un film di serie b ma che dava comunque l’idea allo spettatore del due al prezzo di uno.

Sulla spinta del New Deal del presidente Roosvelt tornano a essere investiti ingenti capitali nell’industria cinematografica. Il cinema di Hollywood in questi anni, vista la perfezione stilistica raggiunta, verrà definito classico, divenendo il modello con il quale dovranno confrontarsi i registi delle generazioni future.

In questi anni l’industria americana è dominata dalle 5 grandi: Paramount, MGM, 20th Century-Fox, Warner Bros, RKO (con strutture a concentrazione verticale) e le 3 piccole: Universal, Columbia e United Artists.

Il lavoro viene diviso tra professionisti specializzati, in più la rivoluzione del sonoro da il via a una crescita tecnologica generale: vengono introdotti i microfoni direzionali e le giraffe per sostenerli, in questo modo gli attori non devono più camminare in punta di piedi e scandire ogni singola parola come in passato.

Vengono migliorati i dolly e le gru per sfruttare sempre di più i movimenti di camera, del 1932 è il Rotambulator, un dolly di 3 quintali che poteva sollevare la cinepresa fino a due metri di altezza e spostarsi facilmente su un carrello. Una gru per costruzioni fu usata nella scena alla banchina ferroviaria in VIA COL VENTO di VICTOR FLEMING.

Come abbiamo visto nei primi anni 30 si era soliti optare per un’immagine sfumata, ora però si comincia a usare una maggiore profondità di campo, che sarà sfruttata al suo massimo da ORSON WELLES in QUARTO POTERE.

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Si afferma lo studio system, il sistema di produzione e distribuzione che caratterizzerà l’industria americana per lungo tempo. In più l’esigenza di pianificare e serializzare la produzione favorisce lo sviluppo di vari generi cinematografici, dei quali parleremo in un prossimo capitolo.

In questi anni inoltre viene definitivamente assimilato il divismo cinematografico, lo star system. Ogni grande casa di produzione ha i suoi divi cui fa firmare contratti esclusivi e a lungo termine. I grandi divi erano proprietà degli studios, una condizione alienante raccontata da BILLY WILDER in VIALE DEL TRAMONTO (1950).

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In questi anni viene inoltre introdotto il Technicolor. Oggi pensiamo al colore come elemento di realismo, ma negli anni 30 l’uso del colore era legato al cinema di genere fantastico. La tecnica fu usata per la prima volta dalla disney nel cortometraggio FIORI E ALBERI (1932) mentre il primo lungometraggio interamente a colori fu BIANCANEVE E I SETTE NANI (1937).

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Ricordiamo anche il musical IL MAGO DI OZ (1939) di VICTOR FLEMING, nel quale il regista gira in bianco e nero le scene nel mondo reale, mentre usa il colore in quelle ambientate nel mondo di Oz.

Si diffonde anche l’uso di effetti speciali, ma non per ottenere effetti spettacolari, quanto più per realizzare in maniera più pratica scene che altrimenti avrebbero richiesto un più grande dispendio di tempo e soldi.

Pensiamo alla tecnica della retro proiezione nelle scene in auto: i protagonisti restano seduti in un’auto ferma mentre su uno schermo alle loro spalle vengono proiettate immagini in movimento filmate in precedenza. Tecnica usata molto in OMBRE ROSSE (1939) di JOHN FORD.

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Retro proiezione

Nel 1935 venne aggiornato il codice Hays, il codice di censura preventiva che consisteva in una serie di divieti che andavano rispettati per non incappare in una possibile censura che avrebbe causato perdite finanziare.

Tra le vittime più celebri del codice Hays c’è anche Betty Boop, star del cinema d’animazione che inizialmente mostrava un certo fascino erotico. Il codice Hays la obbligò prima ad accompagnarsi ad altri personaggi, poi a occuparsi di faccende domestiche e animali.

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Betty Boop

Nella Hollywood di questi anni ogni film è un semplice prodotto industriale, il regista deve rinunciare al suo stile personale preferendo un linguaggio convenzionale che si adatti al modello del genere onde incontrare il favore del pubblico. La cinepresa assume punti di vista naturali grazie anche all’utilizzo di obiettivi da 50mm, che meglio simulano il campo visivo a fuoco dell’occhio umano.

La narrazione deve essere il più fluida possibile, lo spettatore non deve mai avere dubbi sullo svolgimento della storia, deve poter osservare la scena dal miglior punto di vista possibile, tutto ciò che può distrarlo va rimosso. Le sceneggiature non sono modificabili dal regista e hanno una struttura basata sulla regola dei tre atti.

Nel primo atto vengono presentati i protagonisti e i loro antagonisti, nel secondo atto assistiamo al conflitto e alla momentanea sconfitta del protagonista. Nel terzo atto abbiamo la definitiva risoluzione.

Nel cinema classico il conflitto è sempre quello tra la norma e la sua trasgressione, l’insieme di regole e valori sociali condivisi e la loro violazione. Uniformarsi alla norma è giusto, violarla è sbagliato. Il piacere della visione, visto il finale scontato, sta proprio nella temporanea trasgressione della norma. Tanto più si trasgredisce, tanto maggiore sarà il piacere di ritornare al punto di partenza.

ORSON WELLES con il già citato QUARTO POTERE (1941) segnerà una netta cesura con il cinema classico. In questo film racconta la storia di William Radolph Hearts, magnate dell’editoria americana. Welles lavorò con una libertà creativa inedita ad Hollywood.

Seguendo i consigli di John Ford, Welles cercò di ottenere la massima profondità di campo, ricorrendo anche a effetti speciali e all’uso di macchine come la stampante ottica, per saldare in un’unica inquadratura riprese realizzate in tempi diversi.

L’estesa profondità di campo permise a Welles di dar vita a complessi piani sequenza, senza mai staccare la cinepresa. In più lo spettatore, con una profondità di campo così estesa, è portato a percepire ciò che vede come più vicino alla realtà. Welles sfruttò molto i grandangoli e inedite angolazioni della cinepresa arrivando perfino a inquadrare i soffitti.

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QUARTO POTERE

Come abbiamo visto in questi anni il regista deve rinunciare al suo stile personale preferendo un linguaggio convenzionale, in Quarto Potere invece Welles applica al film uno stile del tutto personale e innovativo.

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